Che cos’è il web3 e perché è importante

Nel corso del 2022 vedremo un lungo conflitto per l’affermazione di una idea che sta diventando sempre più controversa, a partire dal modo con il quale viene scritta: Web 3.0 oppure web3? Per capire di cosa stiamo parlando, facciamo un brevissimo passo indietro anche per togliere alcune ambiguità (web non vuol dire “rete” o “internet”, come vedremo tra un attimo).

Che cos’è il world wide web

Internet è una rete di reti, una infrastruttura tecnologica per lo scambio di dati. Questi dati vengono scambiati seguendo protocolli diversi: la posta elettronica, il trasferimento di un file, lo streaming video, le pagina web. Il World Wide Web, cioè le pagine ipertestuali che si possono “navigare” da un browser come Safari, Chrome o Firefox, sono quindi uno dei modi con i quali si scambiano i dati che a loro volta possono contenere cose differenti: informazioni, servizi o altri meccanismi di scambio dati, ad esempio per le pagine di YouTube per vedere un video o l’accesso a una pagina di Dropbox che permette di scaricare un file, o Gmail per vedere la posta. Come vedete qui il gioco si fa complicato e quindi rimaniamo alla spiegazione più semplice: il web (www) è semplicemente un protocollo per scambiare dati con una certa forma: le pagine html o pagine web.

Le pagine web sono state “inventate”, o per meglio dire il loro protocollo (http) è stato definito da Tim Berners-Lee che ha deciso di lasciarlo “libero” di essere arricchito e reso migliore nel tempo da parte di tutti i benintenzionati. Per questo il web, a cui oltre ai link si è presto aggiunta la parte grafica delle immagini, è diventato la piattaforma più usata per utilizzare la rete, almeno sino all’avvento dei telefonini smart dopo il 2007 e delle relative app (incluse quelle di messaggistica, o i social come Facebook e Twitter).

Le tre stagioni del web

Il web è evoluto e già oggi possiamo individuare due stagioni e immaginare che stia per iniziare la terza. Le prime due sono semplici: il web 1.0 (che veniva semplicemente chiamato “web”) è quello centralizzato durato dal 1991 al 2004. Le aziende e i privati compravano o affittavano un server fisico e ci installavano quel che volevano. Tendenzialmente dei siti web fatti come delle brochure: statici e poco interattivi.

Il web 2.0 è diventato più interattivo ma molto centralizzato (colossi come Facebook e cloud gestito da poche grandi piattaforme come Amazon, Google e Microsoft). Ed ecco qui la discontinuità: come sarà la terza generazione del www? Secondo il suo creatore, Tim Berners-Lee, il “Web 3.0” (lo indica esattamente lui così) dovrebbe essere il “web semantico”. Cioè ai siti dovrebbe essere aggiunta la semantica per le macchine, in poche parole consentire ai server di “capire” cosa c’è in a pagina usando framework di descrizione dei contenuti e soprattutto le “ontologie” che per gli informatici sono molto diverse dall’ontologia della filosofia: servono a definire concetti base, relazioni e categorie che poi si declinano con parole diverse, generando alberi di significato a partire da ciascuna ontologia. Un modo per “insegnare” alle macchine a capire cosa le persone mettono nei siti.

Invece, l’altra strada che sta emergendo adesso da un gruppo di grandissimi investitori (alcuni venture capitalist della Silicon Valley) e da alcuni dei creatori delle blockchain e delle criptovalute, il “web3” (scritto così, senza lo spazio e con la minuscola) sarà una cosa bella come il web 2.0 ma completamente decentralizzato.Chi vincerà?

Il conflitto tra queste due visioni è molto poco visibile e apparentemente poco importante, ma in realtà su questi concetti si gioca una battaglia asimmetrica ma fondamentale. L’idea di Tim Berners-Lee è portata avanti dal World Wide Web Consortium, W3C, cioè l’organo di autogoverno e standardizzazione del web che ha sede negli Usa e che serve a sviluppare i protocolli e le line guida per agevolare e facilitare la crescita del web. Sono loro che in qualche modo permettono a chiunque voglia creare un browser da zero di sapere cosa aspettarsi dalle pagine web che gli utenti vorranno navigare e a chi crea una pagina web da zero sapere cosa aspettarsi da qualsiasi browser che verrà usato per navigarla.

L’organizzazione, presieduta da Berners-Lee, ha 446 membri, uno staff di sessantina di persone e cerca di portare avanti una visione scientifica più che commerciale di come dovrebbe evolvere il web. Il quale, se riavvolgiamo la ruota del tempo, è stato creato da Berners-Lee partendo da altre idee con l’obiettivo di rendere disponibili una serie di risorse (di contenuti) alle persone che lavoravano per il suo datore di lavoro di allora, cioè gli scienziati e i ricercatori del Cern di Ginevra.

Invece, i venture capitalist cercano di governare la prossima evoluzione del web per massimizzare il ritorno economico dopo aver finanziato e visto crescere i social come Facebook e i colossi come Google dai quali però oggi non traggono più alcun vantaggio economico diretto. I venture capitalist cercano cioè di riprendere il controllo delle enormi fonti di guadagno della rete togliendole dalle mani dei social e delle piattaforme cloud. Come fare? Con un’alleanza molto particolare con chi fa le blockchain e le criptovalute.

La decentralizzazione

Se si guarda sotto alla vernice ideologica e alla sovrastruttura culturale, il rapporto di forza economico tra centralizzazione e decentralizzazione delle tecnologie è legato a chi esercita il controllo. I creatori delle blockchain e della applicazione più popolare di questi libri mastri digitali criptati e distribuiti, cioè le criptovalute, puntavano proprio a quello, a partire dal mitologico Satoshi, inventore del BitCoin: far fuori i centri di governo dell’economia e della conoscenza. Le blockchain sono questo: un sistema per decentralizzare i sistemi centralizzati, producendo oggetti digitali che sono riconosciuti da tutti e che quindi non hanno bisogno di una singola autorità per essere emessi e controllati. Funziona così per i bitcoin e funziona così per gli “smart contract”, i contratti che possono essere fatti automaticamente e validati da qualsiasi computer di qualsiasi persona.

Più che con la criptovaluta il concetto si capisce meglio con le proprietà immobiliari. Il titolo di proprietà di una casa deve essere “registrato” e trascritto, cioè un notaio deve accertarsi che chi compra e chi vende la casa sia effettivamente chi dice di essere, verificare con visura presso il catasto che tutto sia in regola, depositare preliminari e contratto di compravendita e poi fare il rogito dal notaio. In tutto questo meccanismo entrano in gioco, per il diritto italiano, oltre al notaio anche l’Agenzia delle entrate e gli uffici della Conservatoria del luogo dove si trova la casa.

Ecco, tutto questo potrebbe essere fatto direttamente da un telefonino all’altro utilizzando la blockchain, producendo gli effetti “reali” dell’acquisto di un immobile perché i dati “veri” sarebbero semplicemente sulla blockchain e il passaggio avverrebbe tra chi ha accesso a quei dati e chi lo acquista in cambio di un determinato pagamento (che avviene in maniera sicura e inluttabile sempre sulla blockchain).

Cosa vuol dire web3, allora?

Il web3 non serve per vendere e comprare le case, anche se potrebbe ovviamente permetterlo direttamente. Serve invece per riportare sotto il controllo dei singoli quello che fanno in rete. Dentro ci sono le criptovalute e i non-fungible tokens (NFT), cioè le unità di informazione digitale che non possono essere duplicate (un modo per avere un “originale” con una tecnologia come quella digitale che invece ammette infinite copie e riproduzioni senza perdita di qualità) ma c’è anche altro.

C’è l’idea che sia possibile avere una finanza decentralizzata, una economia decentralizzata, le identità decentralizzate (questo vorrebbe dire che non servono più le carte di identità digitali emesse dal Comune perché ciascuno ha la sua identità digitale autonoma per accedere ai servizi) e quindi sbilancerebbe il mondo in rete. Ad esempio, il fatto stesso che ciascuno di noi abbia decine tra indirizzi di email, username e password per accedere a servizi vari, scomparirebbe e si centralizzerebbe tutto con un’unica identità digitale fatta in maniera tale da consentirci di fare tutto: accedere, pagare, essere pagati, gestire e tutto il resto, senza che ci sia una piattaforma, una entità o una azienda che controlla tutto emettendo le credenziali.

Vivere in un mondo sempre più fatto di bit porta a regole nuove rispetto al mondo fatto di atomi, in termini di opportunità ma anche di rischi soprattutto di controllo, e in quest’ottica il web3 cerca forse di riequilibrare le cose.

Chi vincerà? Cosa succederà?

Il web3 secondo alcuni è una utopia e secondo altri invece è una distopia. I governi non lo amano, e così neanche i big della tecnologia (Facebook e Google in testa, ma anche Amazon e Microsoft). Secondo altri questa è l’unica possibilità per le persone di tornare in possesso e mantenere il controllo dei loro dati e degli accessi ai loro beni digitali e fisici. Sicuramente è una visione molto “futurista” e tutt’altro che vicina nel tempo. Inoltre, la regolamentazione dei governi, in un modo o in un altro, è inevitabile e sappiamo che non tutti i governi del pianeta sono democratici (e anche quelli democratici lo sono in gradi e con gusti diversi). Quindi l’utopia anarchica, cioè di un mondo tecnologico fatto da pari senza alcuno che dica agli altri come essere e cosa fare è piuttosto remota. Ma non impossibile.

Altri si oppongono al web3 e agli Nft e alle criptovalute, considerati “truffe, schemi piramidali, tentativi di rubare e rovinare la gente perbene”. E lo fanno con una parte di ragione, probabilmente, visto che in economia e in filosofia politica il concetto di contratto sociale (tipico in verità delle società anglosassoni e dei pensatori di quell’ambito) è negoziato con un leviatano, un governo che si assume alcuni obblighi e poteri in cambio della fiducia nella correttezza del suo comportamento. Il web3 non offre questo tipo di garanzia e fiducia, almeno per molte delle persone che non “sentono” le tecnologie decentralizzate come qualcosa di importante. La presenza di grandi investitori “predatori”, come sono tipicamente i venture capitalist, aumenta questo disagio da parte di molti utenti “normali”.

La partita quindi è aperta, probabilmente nel corso del 2022 vedremo cosa succederà.

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